Italia & Giappone: storia di un amore corrisposto

L’amore dei giapponesi per l’Italia è ben noto, ma anche gli italiani ormai sono cotti…

L’amore dei giapponesi per l’Italia non è una novità per nessuno e viene da lontano.

Anche prima di Internet e dei viaggi low cost, per i giapponesi l’Italia è stata sempre una delle mete europee predilette. E ciò che stupisce di più di questo amore è ancora oggi la sua profondità: la nostra cultura suscita negli abitanti del Sol Levante un così grande interesse che li spinge a non limitarsi alla conoscenza di Michelangelo, Roma e Leonardo, ma a insinuarsi in territori inaspettati a volte tutt’altro che mainstream anche per un italiano medio.

Dal canto loro, negli ultimi decenni gli italiani iniziano a ricambiare con entusiasmo questo amore. Prima con anime e manga, più di recente con sushi e ramen, il Giappone è sempre più nelle nostre corde. Per questo quest’anno non poteva mancare tra le nostre novità editoriali una nuova edizione del Giapponese Senza Sforzo e il nuovo testo di Scrittura giapponese.

Anche stavolta per indagare a fondo il territorio di confine che lega le due culture, abbiamo ascoltato i racconti di Isabella Guarino, curatrice dei due nuovi testi e conoscitrice della lingua e della cultura di questo lontano paese.

Isabella, come si spiega questa attrazione dei giapponesi per l’Italia?

I giapponesi sono attratti dal bello e dal buono e si dà il caso che la loro idea di bello e buono sia molto simile a quella degli italiani.

Così si spiega la loro profonda conoscenza dell’arte italiana classica e l’amore per le città d’arte, Firenze e Roma in primis, le mete preferite per i loro viaggi in Italia. Milano invece è la meta prediletta per chi ama la moda, quindi oltre che dal Duomo e da Leonardo, i giapponesi che la visitano sono attratti dai negozi dei grandi marchi: vengono per comprare la borsetta di Prada o gli ultimi accessori di Armani e Dolce & Gabbana. Nella loro lingua esiste un termine per definire le persone con questa passione, sono i burando-zuki – che equivale a brand addicted, ovvero gli amanti delle marche.

Come gli italiani, i giapponesi hanno una profonda cultura gastronomica. La cucina giapponese tradizionale è stata inserita nella lista UNESCO come patrimonio intangibile dell’Umanità. Questo a testimonianza del suo valore, simile a quello attribuibile alla dieta mediterranea che caratterizza la cucina italiana, non a caso anch’essa nella lista UNESCO.

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In Giappone si mangia benissimo, e questo non riguarda solo la cucina giapponese, ma qualsiasi cucina internazionale. Gli chef che si dedicano alle cucine del mondo lavorano in modo molto preciso e accurato: studiano tantissimo per riuscire a cogliere i segreti più nascosti delle altre culture gastronomiche e per riuscirci viaggiano anche all’estero. Una volta a Tokyo ho mangiato una pizza cotta in un vero e proprio forno a legna. Il cuoco aveva passato 10 anni a studiare i segreti di una pizza perfetta e, dopo aver messo a punto la ricetta, si era fatto inviare dall’Italia un forno a mattoni. La sua pizza era buonissima, non aveva niente da invidiare a una pizza italiana.

La cucina italiana, nel suo complesso, piace molto ai giapponesi. Negli ultimi anni in tanti si sono cimentati con la pizza e il tiramisù, adesso è molto di moda la bagna cauda, perchè le acciughe hanno quel gusto forte e sapido che i giapponesi amano tanto.

Quanto è profondo questo amore?

Molto, ma non accade solo per l’Italia. In generale, quando i giapponesi iniziano ad amare qualcosa vanno molto a fondo e, a volte nel farla propria, la rendono anche migliore dell’originale. Questo succede anche per cose davvero poco mainstream.

Tempo fa, un gruppo di giovani giapponesi si è appassionato così tanto del canto a tenores tipico della tradizione sarda da decidere di farsi finanziare tramite crowdfunding un progetto per potersi trasferire a Bitti, in provincia di Cagliari, il tempo necessario per perfezionare la tecnica di canto. Il risultato è davvero sorprendente:

Altrettanto curiose sono le rielaborazioni che i giapponesi hanno fatto di alcune canzoni popolari italiane. Esiste per esempio una versione di “Funiculì, Funiculà” con il testo in giapponese! Stessa operazione per alcune canzoni per bambini come “44 gatti” e “Volevo un gatto nero”, tradotta come “Tango del gatto nero” (Kuroneko no tango).

In che cosa siamo simili?

Le famiglie italiane e giapponesi si assomigliano molto.

Ho trascorso i miei anni in Giappone ospite in una famiglia e mi sono trovata benissimo. L’organizzazione familiare e i valori su cui si fonda hanno molto a che fare con l’idea di famiglia che anche noi abbiamo avuto fino agli anni ‘70. Diciamo che non mi è apparso così culturalmente lontano e incomprensibile che il padre sia il capofamiglia che lavora fuori casa fino a tardi, la madre stia a casa per accudire figli e marito. Inoltre, mi sono ritrovata in molte delle loro usanze quotidiane: ad esempio, l’abitudine di togliersi le scarpe in casa, anche nella mia famiglia erano bandite.

Negli ultimi anni, anche da loro qualcosa sta cambiando. In Giappone ci sono molti più single e diminuisce il numero di figli per famiglia. Nei paesi più piccoli rimangono solo gli anziani, i giovani si concentrano nelle città, soprattutto a Tokyo.

I giapponesi come gli italiani hanno un forte senso dell’umorismo, amano ridere di se stessi e i giochi di parole. Più di noi, forse, sono legati alle loro tradizioni. Ad esempio, vestono con il kimono in molte occasioni ufficiali. Le ragazze lo indossano per festeggiare i loro 20 anni e, in generale, le donne lo fanno tutte le volte che possono perché sanno che il kimono le fa molto belle. Nelle feste estive si usa invece lo yukata, il kimono leggero, di lino o cotone. Ai matrimoni i giapponesi danno sfoggio di grande sincretismo culturale: le spose indossano il kimono per la cerimonia al tempio shintoista e poi l’abito bianco occidentale per il pranzo e la festa…

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Della passione per il cibo abbiamo già parlato, ma un’altra cosa che abbiamo in comune con i giapponesi è il rapporto con la lingua inglese: lo parliamo poco, abbiamo quasi timore a farlo e lo studiamo male a scuola. Questo succede per un motivo: il giapponese e l’italiano sono lingue sillabiche, i cui suoni si basano molto sull’uso delle vocali. L’inglese invece è una lingua composta da tante consonanti. Se gli italiani ne condividono almeno l’alfabeto, per i giapponesi la difficoltà è ancora maggiore: devono trascrivere la pronuncia con il katakana, un alfabeto sillabico, e il risultato non è sempre conforme all’originale (ad esempio, la parola basket trascritta diventa ba-su-ke-t-to).
Per la stessa ragione, italiani e giapponesi hanno invece pochi problemi a imparare a pronunciare le rispettive lingue.

Cosa del Giappone attrae gli italiani?

Il nostro amore per il Giappone è cominciato con anime e manga. All’epoca, negli anni ‘70 e ‘80, sono stati introdotti come un prodotto per bambini, nell’errata convinzione che una storia per immagini fosse adatta a un pubblico molto giovane. In Giappone invece anime e manga li guardano e li leggono tutti: solo, come per tutti i prodotti editoriali, ci sono le storie per adulti e quelle per bambini. Ma le storie per adulti non sono necessariamente pornografiche! Si tratta di storie serie e più complesse, specificamente pensate per questo pubblico.

In un secondo momento, abbiamo scoperto le arti marziali e un paese fatto di geishe e samurai. Infine, siamo rimasti affascinati dalla loro cucina: negli anni ‘70, con la moda della cucina macrobiotica lanciata da uno scrittore e filosofo giapponese, tutti avevano associato il Giappone a un regime alimentare vegetariano. Oggi invece la gente sa che si mangia molto anche la carne e il pesce, cucinati in modo molto raffinato, e che i giapponesi sono grandi appassionati di cucina gourmet.

Con i primi viaggi in Giappone gli italiani sono rimasti colpiti dall’ordine, dal rispetto delle regole e anche dalla gentilezza delle persone. In generale amiamo questa strana unione tra tecnologia avanzata, tradizioni ben salde e una natura imponente.

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Chi è cresciuto “ad anime e manga” è curioso di sapere se i titoli più noti da noi sono anche quelli più noti tra i giapponesi…

Non sempre coincidono. La maggior degli anime arrivati in Italia derivano da manga di successo, quindi spesso quello che per noi è un anime famosissimo, per loro è invece un manga. Ad esempio, Lady Oscar in Giappone è più noto come manga, rigorosamente per adulti. Goldrake, che da noi tutti conoscono, per loro era uno dei tanti robot. Mazinga Zeta invece (in lingua originale Majinga Zetto) è stato un grande successo da noi come da loro, come anche Jeeg Robot d’Acciaio. La sigla in italiano è cantata sulla musica originale giapponese, ma la versione italiana ha un testo molto più bello, a mio parere.

Quali sono le ultime tendenze giapponesi che potrebbero incuriosire un italiano?

Sicuramente il J-Pop, il Japanese Pop, anche se in Italia è più noto il pop coreano.

Poi sicuramente la moda dei ragazzi di Harajuku, un quartiere di Tokyo dove ci si veste in modo molto colorato, quasi un cosplay continuo. Normalmente, nell’abbigliamento come nello stile di vita, i giapponesi sono molto omologati. A scuola portano la divisa e anche a lavoro indossano abiti molto sobri. Quindi, almeno per i giovanissimi, Harajuku è l’occasione per un po’ di trasgressione. Forse i capelli rosa e le zeppone che vediamo tanto in giro anche qua da noi sono influenzati proprio da questa tendenza.

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Qualche consiglio per chi si appresta a imparare questa nuova lingua…

Prima di tutto non lasciarsi scoraggiare dalle difficoltà iniziali, che sicuramente si possono incontrare. C’è un aspetto che rende questa lingua più vicina a noi di quanto si pensi: come già detto, il giapponese è una lingua sillabica e, in quanto tale, più facile da pronunciare per un italiano.

È molto utile in fase di apprendimento ascoltare le conversazioni in lingua e quindi, ad esempio, guardare film e anime con sottotitoli in lingua originale. Poi è molto utile fare liste di vocaboli, esercitandosi nella scrittura almeno per mezz’ora al giorno, proprio come consiglia anche il metodo Assimil.

Se non si pratica in modo frequente, il rischio è quello di dimenticare presto ciò che si è appreso, quindi per il primo anno bisogna essere metodici, proprio come i giapponesi che usano i Tango kādo, cioè delle flash card legate con un anello che portano con sé ovunque, soprattutto nei lunghi viaggi in treno: le usano per sfruttare i tempi di attesa, studiando e ripetendo un pezzetto di lezione.
Una curiosa abitudine per calarsi ancora meglio in questo nuovo mondo.

Assimil_giapponese_Furasshu kādo ringu

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RECENSIONI

Giulia Zangerle

Ritengo che sia il miglior corso di lingue per autodidatti sul mercato. Il mio livello C1, raggiunto con l’inglese e il francese, senza dubbio alcuno deve molto ai corsi base e di perfezionamento! Grazie mille, per il servizio e la sempre cortese professionalità offerta

l.castrogiovanni@campus.unimib.it

Ho ormai finito da qualche giorno il metodo di greco moderno che proponete in catalogo. Ho seguito il corso nella sua interezza, compreso di supporto audio che ho potuto facilmente trasferire sul mio cellulare in modo tale da avere sempre a portata di mano le lezioni. Devo dire di avere ottenuto notevoli risultati in poco tempo: tutti i miei amici greci sono rimasti stupiti, mentre quelli che non mi conoscevano mi hanno scambiato addirittura per un greco inizialmente. Per questo vi ringrazio di cuore del lavoro svolto su questo manuale, che consiglio vivamente a tutti i miei amici!

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