Un’italo-libanese a Parigi

Sara Jaber lavora nella redazione di Assimil Francia e ci racconta come le lingue a volte possano guidare le scelte della vita

Vi presentiamo oggi un’assimilista un po’ speciale. Sara Jaber ha iniziato qualche mese fa il suo tirocinio nella redazione parigina di Assimil Francia dove si occupa della gestione dei contenuti del sito, di “Le blog de Assimil” e dei canali social.

Il suo contributo è prezioso non solo perché ci permette di comunicare e confrontarci con i nostri “corrispettivi” francesi, ma anche perché da sempre Sara ha un rapporto molto particolare con l’apprendimento delle lingue. Milanese di nascita, ma libanese di origine, frequenta dall’età di 3 anni la scuola francese assecondando il desiderio della famiglia di approfondire una delle lingue del loro paese di origine. La passione per l’arabo classico la spinge poi a proseguire gli studi in lingue e linguistica prima in Italia e poi a Parigi dove trova alla Sorbona il posto giusto per completare la sua laurea specialistica.

Quante lingue conosci, Sara?

Sono nata in Italia perché è qui che mio padre ha deciso di restare dopo essersi trasferito da Beirut per ragioni di studio e in seguito lavoro, portando successivamente anche mia madre. Parlo italiano, ma quasi da sempre anche libanese e francese, la seconda lingua dei libanesi.

Sentivo però il bisogno di conoscere bene anche l’inglese, ma soprattutto l’arabo classico. A differenza di quanto molti europei credano, l’arabo classico, pur essendo la lingua “madre” per tutti i popoli arabi, non è “molto parlato”. È la lingua dei media e delle relazioni internazionali, è il passe-partout che permette al mondo arabo di restare connesso, ma difficilmente la sentirete parlare alla gente in strada o in casa, nei negozi o anche nei luoghi pubblici. Sarebbe un po’ come entrare al supermercato in Italia e sentire la cassiera parlare in latino.

Nella vita di tutti i giorni ogni nazione araba parla il suo dialetto, che è a volte anche molto distante dalla lingua di origine. Un marocchino e un libanese, ad esempio, possono capirsi solo parlando l’arabo classico, capirsi parlando le loro rispettive lingue sarebbe impossibile. Da qui la mia scelta di approfondire i miei studi in questa direzione.

Sara a Byblos, città nel nord del Libano

Da quanto vivi a Parigi e cosa ti ci ha portato?

Vivo a Parigi ormai da due anni e mezzo. Sono arrivata qui perché avevo voglia di sperimentare un sistema universitario diverso da quello italiano che per alcuni aspetti mi aveva deluso. Parlavo già bene il francese per via della mia formazione precedente e quindi Parigi mi è sembrata la scelta giusta.

Cosa hai dovuto affrontare nel confronto tra due diverse città e due diverse culture, italiana e francese?

Di primo acchito mi viene da dire che adattarmi a Parigi non è stato semplice. È grande, dispersiva ed è molto difficile costruire velocemente delle relazioni. Il francese poi in qualche modo riflette la personalità generale dei francesi, si porta dietro una certa formalità, un tenere le distanze che non è affatto tipico dell’italianità. Ma col tempo ho imparato a confrontarmi con questa diversità ed è diventato per me un po’ come cambiare abito o personalità. Non è più un problema. Basta conoscere le regole del gioco: l’atteggiamento formale è solo il primo approccio, poi tutto diventa più semplice.

Cosa di quello che hai lasciato in Italia ti manca di più a Parigi?

A Parigi quello che mi manca sono ovviamente prima di tutto la mia famiglia e i miei amici. Poi anche un certo modo di concepire il cibo. Il momento di mangiare è per gli italiani ancora un rito: anche se breve, è ancora un momento di pausa dedicato allo scambio e alla convivialità, senza dimenticare il gusto per ingredienti sani e genuini. In Francia, nella vita quotidiana, nutrirsi è una necessità da assolvere nel modo meno complicato possibile. Questa cosa si nota molto bene anche nello studentato dove vivo. Tra tutti, gli italiani sono quelli che ogni giorno cercano di trovare il tempo per preparare qualcosa di veloce ma sano, a differenza dei francesi o di altri europei che si accontentano di cibo da fast food o altre soluzioni poco impegnative.

Sara a Parigi con la sua famiglia

Hai avuto qualche ostacolo dal punto di vista linguistico. Ci racconti qualche aneddoto?

Ostacoli in senso stretto nessuno perché, come dicevo, conoscevo già bene il francese quando sono arrivata qui a Parigi. Quello che non conoscevo e che ho trovato curioso all’inizio è stato un certo slang parlato dai più giovani, ma molto diffuso anche tra gli adulti. Si chiama verlan e praticamente consiste nell’usare alcune parole al contrario, in realtà funziona come una specie di inversione sillabica. Per esempio, se sei arrabbiato dovresti dire “je suis énervé” e invece no, in Francia qualcuno potrebbe dire “je suis vénère”. Oppure, qualcuno un po’ fuori di testa dovresti descriverlo come “fou”, invece potresti anche dire “quel tipo è un po’ ouf”. Questo all’inizio mi ha disorientato un po’, ma ora lo trovo molto divertente.

C’è qualche espressione della lingua francese che ti piace particolarmente e che hai fatto tua?

Proprio qualche giorno fa mi è capitato di sentire da un collega un’espressione molto carina che non avevo mai sentito. Mi ha detto: “ça arrive tous les trente-six du mois”, per dire di qualcosa che difficilmente può accadere. In italiano si potrebbe tradurre con “succede ogni morte di papa”, solo che il papa prima o poi passa a miglior vita, mentre il 36 del mese difficilmente potrà arrivare.

Il tuo luogo del cuore a Parigi

Mi piace molto il quartiere latino, che è il posto in cui vivo. Un altro luogo che amo molto, un po’ fuori dai soliti giri turistici, è il parco di Buttes Chaumont, nella zona nord.

Cosa consiglieresti a un giovane che volesse trasferirsi a Parigi?

Parigi non è secondo me la città ideale per studiare, è troppo estesa, dispersiva e il costo della vita è molto alto per gli studenti. I giovani che riescono a viverci possono però approfittare di mille opportunità, Parigi è ricchissima dal punto di vista culturale ed ha una forte vocazione cosmopolita. Anche le opportunità professionali certamente non mancano. Io ho appena cominciato e spero di avere presto nuove cose da raccontarvi…

VIDEO
RECENSIONI

Fabio Enrico

Sono arrivato a Parigi, senza conoscere una sola parola di Francese. Assimil Book è il miglior libro attualmente sul mercato, mi ha permesso davvero di raggiungere un livello B2, semplicemente dedicando dieci minuti al giorno. E ora inizieró quello di Tedesco!

Alessandro Zangrilli

Sono un “assimilista” di vecchia data e ancora ricordo il tempo, nemmeno troppo lontano, in cui per chi volesse imparare una lingua diversa dalle solite (inglese, francese, tedesco e spagnolo) c’era solo Assimil che a Roma trovavo alla Feltrinelli di P.zza della Repubblica. Oggi con Internet sembra tutto più accessibile ma, a mio avviso, i corsi Assimil rimangono ancora ineguagliabili…

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